Sulla soglia dell’immaginazione attiva

Mondi in un Rettangolo, Il gioco della sabbia: apertura sul limite nel setting analitico a cura di P. Galeazzi e G. Andreetto (Moretti & Vitali, marzo 2012)
titolo “Sulla soglia dell’immaginazione attiva”

di Annemarie Kroke

È stato proprio Jung che, in anni psichicamente difficili, si è esposto da solo all’esperienza di un processo per lui inizialmente sconosciuto e incomprensibile, che poi ha definito “immaginazione attiva”. Nel Liber Novus , uscito quasi 50 anni dopo la sua morte, ha trascritto e disegnato le sue esperienze con l’immaginazione attiva,. durate quasi 15 anni. Quante volte si sarà interrogato sul senso e sul limite dell’esperienza che viveva? Indubbiamente vivere il confronto con le immagini interiori ha avuto per lui un significato personale estremamente molto importante e profondo. Elaborando quest’esperienza Jung sviluppò il pensiero del “processo d’individuazione”, pensiero base della psicologia analitica.

Jung valorizza il fatto che si debba,ve per prima cosa, “vivere l’esperienza” del dialogo con le immagini dell’inconscio. Ciò che vorrei sottolineare rilevare qui è che Jung, partendo dalla sua esperienza, sapeva che non sono tanto i contenuti dell’inconscio , a volte simili a deliri, emersi nell’immaginazione attiva, a volte simili a deliri, che distinguono la patologia grave da un passo individuativo necessario, quanto piuttosto è l’atteggiamento dell’Io verso questi contenuti. Quest’o atteggiamento è ben riconoscibile proprio nell’immaginazione attiva, forse di più che in altre situazioni del lavoro analitico. Ciò che evidenzia le difficoltà e le difese psichiche nei confronti della realtà immaginale è l’atteggiamento della parte cosciente del soggetto immaginante nei confronti per quellodi ciò che emerge nelle immagini daell’inconscio. Difficoltà e difese, che l’individuo incontra nella relazione sia con il mondo, sia esterno sia con il mondo interno, nel timore di esserne inondato.

 

Per trovare il senso dell’immaginazione attiva per la personalità immaginante, secondo Jung, non si può partire dalle rappresentazioni della coscienza né da quelle dell’inconscio, ma soltanto dalla considerazione della loro relazione reciproca. Da questo processo relazionale possono emergere nuovi simboli che ci guideranno verso il senso. Col tempo lL’immaginante può comprenderli e integrarne i contenuti nella propria visione del mondo.

 

Nel mio lavoro terapeutico è frequente l’uso dell’immaginazione attiva nelle sedute.(1)2004) Secondo me, l’intensità del confronto con le immagini dell’inconscio costituisce un valido sostegno ai passi del processo d’individuazione, che, nei momenti difficili, è sorretto dallo spazio analitico.

 

Questo è possibile in quanto è l’anima a percepire il mondo interiore, il ‘mundus imaginalis’, che è un mondo analogo alla realtà esterna, realtà vissuta e riconosciutache riconosciamo con i nostri sensi percettivi., mentre nell’immaginazione attiva il vissuto e il percepibile è nel ‘mundus imaginalis’.Jung sostiene che “cCome forza conciliante l’immaginazione attiva permette di trasformare uno stato interno spirituale in uno esterno, che agisce concretamente in maniera efficace….Le immagini figurazioni dell’immaginale …hanno qualità simbolica ed energetica, cioè sono efficaci nella dimensione psicocorporea… La realtà corporea è compresa nella visione!” (2)

Potremmo dire che la dimensione corporea comprende lo spazio fisico psichico e lo spazio psichico .fisico.

 

Vorrei parlare qui della “soglia dell’immaginazione attiva” come luogo in cui, preciso dove apertamente, si manifesta la difficoltà o addirittura l’impossibilità a svolgerladi immaginare attivamente.

La soglia dell’immaginazione attivaQuesta demarcazione è in questo caso è in relazione con il limite precario dell’Io dell’immaginante. È, infatti, necessario che l’Io abbia una certa forza e integrità dell’Io per far emergere le immagini dell’inconscio. L’integrità dell’Io permette alla coscienza di lasciar accadere che i contenuti dell’inconscio si realizzino e vengano siano percepiti come altro da séè. Potersi sentire soggetto crea una distinzione e un distanziamento. I contenuti divengono oggettivati, come l’altro di fronte, e spesso personificati; cosi possono essere osservati, e provocare un confronto dialettico. Jung (3) parla della necessità di differenziarsi dai contenuti del’inconscio, in modo da renderli visibilida poterli vedere come qualcosa di separato da sé, mantenendo l’Io in contatto con l’esperienza concreta e sensoriale.

 

Se parliamo di forza necessaria e integrità dell’Io per svolgere l’immaginazione attiva, ciò equivale al sentire la profondità e il confine del proprio spazio psicofisico, sentendosi presenti nell’immaginazione con una buona ampiezza percettiva. L’immaginante che riesce a percepire questo spazio può definire il suo luogo nel contesto immaginaleavverte i propri confini nella situazione immaginale. È questa la premessa per l’interazione con l’altro di fronte. Il processo d’interazione e il reciproco cambiamento permettono lo sviluppo trasformativo della funzione trascendente,, la funzione che stimola il processo d’individuazione. Jung dice che se la coscienza prende attivamente parte e comprende, almeno intuitivamente, ciò permetterà alla prossima immagine di partire da un gradino superiore, cosi si svilupperà lentamente la direzione verso una meta. (4)

 

In maniera esemplificativa parlerò di un’esperienza terapeutica in cui l’immaginazione attiva faceva emergere, come caratteristica iniziale, la precarietà del limite dell’Io, e quindi la precarietà del confine dello spazio psicofisico percepibile dall’immaginante.

Per favorire il processo dell’immaginazione attiva, il lavoro terapeutico tende al rafinforzamento del confine che separa il proprio lo spazio corporeo dal mondo esterno che, in questo caso, è anche esso una percezione immaginativa immaginato . – (Il che non va inteso come questa naturale tendenza del processo non comporta un suggerimento esplicito dell’analista nei confronti dell’immaginante, che ha un suoil quale ha già il proprio equilibrio di dinamiche psichiche.) – Se ciò è irraggiungibile, si è come in un “non-luogo” e in una “non-presenza”, siamo di fronte all’impossibilitàche rende impossibile di svolgere l’immaginazione attiva e, incontriamo una soglialimite, per il momento, invalicabile. Le immagini dell’inconscio collettivo sovrapersonali, le immaginifigurazioni di leggi e principi dominanti, devono essere vissute come realtà psicologiche a se stanti, esterne alla psiche individuale, capaci per questo di generare un dialogo attivo con la coscienza.

 

Riporterò alcuni passaggi dell’immaginazione attiva di una mia paziente per mettere in risalto il suo sforzo di differenziarsi dai contenuti dell’inconscio.

Questa donna aveva un’intensa volontà di “fare l’immaginazione attiva”. In questa sua determinazione ho percepito che, in qualche misura, lei “sapeva” chedi doveva dovere vivere profondamente il suo stato d’animo e le dinamiche interne per poterle prima percepirle e poi poterle comprenderlee.

ClaudiaFiona, cosi la chiamerò questa mia paziente, viveva l’emergere della sensazione dell’altro da sèsé come una minaccia d’intrusione, di sopraffazione, in quantoperché temeva di sparire. La percezione del proprio corpocorpo come realtà delimitata da unao nella superficie di confine era precaria; una superficie che non la proteggeva a sufficienza dalle pressioni dell’esterno.

La sua sofferenza la obbligava a una gran pazienza, sorretta dalla mia fiducia e dalla mia radicata speranza.

 

 

Sentire lo spazio corporeo

 

Per un lungo periodo Claudia Fiona si è sforzata di prendere coscienza del suo spazio corporeo e di percepirne i confini. Quei confini che le avrebbero dato la sicurezza di contenere ciò che si muoveva nel suo mondo interno: come l’emozione viscerale, la pressione pulsante del cuore, il respiro soffocato o altro. Ma forse, in primo luogo, lei desiderava un suo spazio interno protetto, unico. Claudia Fiona non l’ha mai esplicitato reso comprensibile verbalmente, tuttavia mi è sembrato di cogliere che lei cercava, come traguardo del suo lavoro nell’analisi, lao scoprire scoperta della possibilità di un lieve contatto fisico con l’altro, avendo la protezione completa di una pelle sensibile che potesse contenerla del tutto.

 

Sentire Raffigurarsi il proprio spazio corporeo, come immagine viva correlata all’ambiente, vuole dire: attraverso il senso la sensibilità propriocettiva,o poter percepire dall’interno la sua struttura e la muscolatura del corpo, i suoi movimenti e la sensibilità del di confine e di posizione derivata indicato dall’apparato cutaneo eccdalla pelle e dalle articolazioni. E ancora, attraverso la vista, l’udito e le percezione derivate dall’insieme di tutte le sensazioni, riuscire a distinguere quanto c’è attorno e la linea di confine che segna il punto d’incontro fra lo spazio interno ed esterno.Questo è ciò che mi aiuta ad un orientamento esterno ma anche, in modo corrispondente, all’orientamento nello spazio interiore. Nell’immaginazione attiva si evidenzia bene che più ci si orienta nel proprio spazio fisico, in maniera consapevole e differenziata, più lo spazio interiore verrà sentito flessibile e maggiore sarà la libertà di movimento verso l’altro da sé, oltre la soglia.

Detto diversamente, se nella mente cosciente appare l’immagine del proprio corpo, fenomenologicamente esisto: si èsono in relazione con mese stessoi, premessa base per entrare in relazione con l’altro sia nel mondo esterno che nel mondo interno.

 

 

La flessibilità del confine corporeo fa fluire la e, diciamolo, fa gioire della propria vitalità e ne fa gioire, facendo sperimentare l’elasticità rispetto alle spinte pulsionali ed evolutive, e la duttilità nel poter reggere le pressioni dall’esterno. Altro è la barriera irrigidita dall’ansia che restringe la percezione del mondo intorno a sé. Ancora maggior sofferenza deriva da un confine psicofisico troppo labile o profondamente indurito dalla ferita traumatica.

 

 

Dal mio lavoro terapeutico con l’immaginazione attiva ho potuto apprendere che vi è una corrispondenza tra la mobilità fisiologica e/o emozionale all’interno dello spazio corporeo e la capacità di muoversi nello spazio esterno, dando forma espressiva alle emozioni. Prendiamo per esempio l’immagine di una catena pesante bloccata nella zona lombare, zona ritenuta relativa alla fiducia di base., Qquesta catena non può che frenare un movimento fiducioso verso il mondo, inibendo, per esempio, anche il movimento propulsivo del bacino, necessario p.e. per la sessualità. O ancora un’altra immagine, riportando le parole di un paziente: “Sento stanghe di ferro nella testa, solo quello! Se no, sento vuoto.” Questo vuoto non è delimitato, il flusso emozionale interno non ha un contenimento protettivo. La percezione delle proprie emozioni stenta a divenire cosciente. La persona s ‘irrigidisce al contatto con l’altro. Non può andare verso l’altro. Non può abbracciare né qualcuno né il mondo né alcuno.

 

È frequente che durante l’immaginazione attiva vi sia la difficoltà di entrare in relazione con ciò che è rappresentato nell’immagine. Allora potrebbe aiutare essere d’aiuto il fatto che l’analista accenni al paziente di rivolgere l’attenzione al proprio spazio corporeo, per intensificare la relazione con se stessi e percepire il proprio esserci nello spazio configurato nell’immaginazione. È, infatti, la relazione cosciente con se stessi, che permette di percepirsi presenti,e fisicamente ed emozionalmente, nell’immaginazione attiva. Solo cosi è possibile entrare in dialogo con ciò che nell’immaginazione viene rappresentato dall’inconscio, per sollecitare un processo interattivo dal quale possa evolversi un aspetto di reciproca trasformazione.

 

 

Come si evidenzia la labilità del confine psicofisico nell’immaginazione attiva

 

Claudia Fiona mi consulta perché vuole “fare l’immaginazione attiva” nel suo percorso terapeutico. Riporto qui un tratto del suo processo perché mi sembra che la paziente siaè riuscita ad attuare un dialogo con il suo mondo interno. Partendo dalla sua sofferta difesa nei confronti di contenuti inconsci ma anche nei confronti del mondo circostante, che percepiva invasivo verso la coscienza, è poi riuscita ad accettare e riconoscere la funzione dell’inconscio. Attraverso la creazione e la comprensione progressiva dei simboli delle immagini dell’inconscio, ha poi elaborato il rinforzamento della percezione del proprio confine corporeo.

 

Evito di parlare di dati biografici per esteso in quantoperché il mio focus sta suiè rivolto ai passi trasformativi leggibili dall’immaginazione attiva e non tanto sul al percorso terapeutico nella sua interezza.

La paziente vuole “fare l’immaginazione attiva”., Mmi sono chiesta se questo potesse essere segno di qualche debole speranza,; oppure stesse a indicare una reale capacità di rinnovamento del di senso ndella propria vita. Nella realtà Claudia Fiona mi trasmette chiara invece la suapropria angoscia di morte,. mMi riporta l’incapacità di reggere la responsabilità del vivere e i suoi gravi disturbi del sonno. Non cerca la morte ma, in un certo senso, la vive appena il contatto con l’altro s’intensifica. Dice “sparisco”, “provo solo angoscia”.

Vorrei precisare che nella lingua tedesca, lingua madre di Claudia, vi è la contrapposizione netta ed esclusiva o vita o morte; il verbo che indica il processo del morire, in tedesco ha una radice diversa dalla parola morte. Lei non parla del processo del morire (sterben) che indicherebbe il percorso verso un fine. La paziente non sente questo limite. Lei parla di morte . (Tod). In assenza di una presenza consapevolmente controllabile, il pensiero della morte non intensifica la qualità del vivere, ma adombra, rende immoto, blocca il processo vitale evolutivo. Identificandosi con la morte come assenza, sembra che Fiona passi, senza la percezione di una demarcazione, direttamente nel “vuoto”. Difficilmente può sperimentare la soglia, perché questo richiederebbe una distinzione tra vita e morte, ma anche la percezione di un processo, di un passaggio.

Sembra che lei viva in un’identificazione fusionale con tutti quelli, che per lei sono affettivamente importanti, vivi o morti. Essi non sono distinti per caratteristiche relazionali personali, ma per forti, a volte incontenibili, emozioni ambivalenti.

Qui devo aggiungere che sembra che la madre durante la gravidanza fosse depressa e abbia tentato una o più volte di abortire. Spesso mi è accaduto di immergermi, con la mia immaginazione, in ciò che lei poteva aver sentito nell’utero della madre, perché percepivo che il suo modo di sperimentare aspetti di morte era radicato ovviamente anche in quei momenti ancestrali. Ebbi Le mie emozioni erano emozioni forti ma non riuscivoi a definirle. Ho sentito un certo pudore quando cercavo di immedesimarmi con l’enigma delle sue prime fasi di vita. Vita che forse la madre avrebbe voluto negarle. Percepivo sentimenti contraddittori tra le spintegli stimoli verso lo sviluppo vitale e la tendenza a sopprimere la vita. Forse coincidevano un po’ con ciò che la mia paziente può aver vissuto nello stato embrionale? È quella la fase di vita in cui lo sviluppo, la crescita dipende dalla speranza della madre? Per me, per ora, Ssono domande alle quali, per ora, non so dare risposte. – O forse quel vissuto non è ricordabile proprio perché le emozioni sono cosi contraddittorie?

 

Per un lungo periodo la paziente ha cercato di svolgere l’immaginazione attiva con grande insistenza., Fforse in parte la sua richiesta si nutriva della mia speranza fiduciosa, inespressa e incomprensibile, che il processo terapeutico potesse risolversi con l’aiuto dell’immaginazione attiva. La sua meta era di reggere il contatto con l’altro da sé. Si sentiva rassicurata quando nell’Iimmagine una figura si delineava nitidamente.

 

Spesso portava un sogno, cercava di ripassarlo immaginativamente per poter poi proseguirelo con l’immaginazione attiva. Però, inizialmente, appena emergeva l’immagine dell’altro di fronte, lei esclamava, spesso con un tono disperato: “Nnebbia, – non vedo più niente!” Poi, per un tempo lungo, l’immagine che le veniva, rimaneva fissata ed isolata dal contesto spaziale, come una cristallizzazione. Non vi era lo sviluppo nelle immagini; detto diversamente non vi era un processo d’immaginazione attiva. In altri momenti l’immagine dell’altro diventava tanto ravvicinata che lei lamentava: ”Io non ci sono, sono sparita di nuovo!”

Questi momenti si sono impressi nella mia memoria come ferite profonde di un dolore inconcepibile. Sentivo disorientamento, per qualche istante svaniva anche il mio senso di presenza cosciente, neanche io riuscivo a stare nella relazione, sia con me che sia con lei. Piuttosto vivevo il senso di una fusionalità collocata in un luogo indefinito.

(Spesso sento l’avvertimento di colleghi, forse inesperti del lavoro terapeutico con l’immaginazione attiva, sul rischio che questa possa slatentizzare risposte psicotiche. Come in questo caso, secondo la mia esperienza, o la psiche rimane in uno stato che non permette lo sviluppo delle immagini, e quindi si evidenzia un limite per il momento insuperabile dell’immaginazione attiva, oppure un lento lavoro promuove lentamente tale processo.processo.)

 

Più tardi la paziente Fiona riuscì a instaurare una protezione difensiva meno feroce nei confronti della paura di “sparire” o del di “cadere nel vuoto”. Mi accorsi che di questo suo cambiamento di atteggiamento difensivo è iniziatoperché il processo iniziava frequentemente con l’immagine della “nebbia”. Percependo poi con maggior attenzione questa nebbia, piano piano si sviluppò l’immagine di un involucro ovattato come un bozzolo, che capace di attutiresce il freddo del mondo e, il frastuono delle voci, è: una barriera inaccessibile,: un primo importante livello d’involucro protettivo del suo spazio corporeo.

 

 

Il movimento del corpo nello spazio immaginale

 

In seguito ai frequenti vani difficili tentativi di ClaudiaFiona, sottolineati accompagnati da un tono di voce disperato, nella ricerca sforzo di reggere il confronto con l’immagine emersa, tentai di comprendere quali funzioni dell’Io della paziente potessero venirle in aiuto. Capii che un suo punto di forza era la una sensorialità tattile evoluta e ben differenziata. Questa qualità permise a Claudia Fiona di progredire “tastando” a livello immaginativo, permettendole riuscendo di a essere più attiva nei confronti dei contenuti immaginali. Su questa scia abbiamo lavorato pazientemente. “Tastando”, per così dire, lei percepiva, passo passo, ogni dettaglio di una figura, la delineava tracciava prima e poi la configurava nell’intero. Claudia Fiona quindi “vedeva” con il tatto, poi lentamente visualizzava la figura che le sue percezioni tattili le rivelavano. Con il tatto sensibilità delle proprie mani lei costruiva attivamente il primo contatto.

 

Scrivendo, mi accorgo che ripeto il progredire “passo passo”. Forse ho in mente lo sviluppo delle immaginazioni nel tempo, infatti Claudia Fiona ha utilizzato intensamente il movimento corporeo. E’ stata questa la sua maniera di scoprire lo spazio della realtà immaginale, percependo attentamente come il suo corpo si muoveva nello spazio: lo lasciava fare, affidandosi al movimento che mi descriveva dettagliatamente in ogni cambiamento posturale e gestuale. In questo modo la capacità di orientamento del proprio corpo nello spazio concreto veniva era trasferita da Claudia Fiona nella coscienza del suo posizionarsi all’interno dello spazio immaginale, percependone la struttura. Cosi viene costruita la possibilità di orientarsi nello spazio interiore.

Come dice Antonella Adorisio (5) “Il fatto che le immagini possono essere fisicamente esperite (è il corpo stesso che le accoglie e le crea) conduce all’eventualità che si possa essere mossi dall’immagine pur sapendo di non essere identificati con essa. (….) ” ”Va ricordato che non è l’Iio che sceglie di entrare nell’immagine, bensì è quest’ultima che sceglie di essere ‘incorporata’ (embodied) al fine di farsi meglio conoscere.”

 

Dovrei aggiungere che la mia pazienteFiona faceva l’insegnante di danza moderna con grande passione. Per questo aveva familiarità nel sentire il controllo sul proprio corpo.

Per lei la danza conteneva il fascino di poter scoprire una propria emozione,; e a volte le permetteva di dare a quell’emozione una forma, con una carica d’energia tale che difficilmente gli altri avrebbero potuto sopraffarla.

Capitò ripetute volte che, ripercorrendo immaginativamente sogni con uomini minacciosi che la perseguitavano, compiva facesse una danza nello spazio in cui sembrava che schizzasse fuori tutta la rabbia e dell’impotenza. Lanciava pugni e calci nel vuoto con un’energia per me appassionante. Come se quest’affetto, sul momento, si fosse impadronito del suo corpo e lo facesse muovere.

Inizialmente mi chiesi però, con un leggero fastidio, perché lei avesse tanto bisogno di descrivermi i suoi passi cosi puntigliosamente. Lo sentivo come se distruggesse l’armonia della danza. PeròTuttavia, questi passaggi m’indicavano che lei aveva un bisogno protettivo di poter ripercorrere il suo filo senza interruzione. “Devo seguire la mia traccia!”, diceva, come se si desse un ordine. Per potersi sentire sentirsi presente nello spazio immaginale non poteva rischiare di sentire avvertir assenze percettive. Ho capito che seguire la traccia continuativa o la scia del movimento fungeva da garante garanzia di non disperdersi nello spazio fuori da sé, di non incontrare quel il vuoto terrificante. Ripercorrere coscientemente la continuità dei passi della danza le permetteva di darsi una configurazione., Iin seguito spesso la disegnava la sua danza per comprenderla. Capitò Accadde che Fiona scopri la bellezza della danza proprio attraverso il disegno. Considerando la sua angoscia profonda di sopraffazione, potersi esprimere con la forza corporea e l’emozione nello spazio immaginale era rassicurante: il rosario dei suoi passi era la certezza di essere contenuta dal proprio corpo, che lei poteva controllare.

Nella sua insistente descrizione dei passi di danza sentivo anche un aspetto transferale, come se ci tenesse a ‘donarmi’ lei qualcosa. Pensai a una madre che in stato depressivo, non coglieva il movimento autonomo della figlia nonostante dei tentativi cosi espressivi. Lo sentii come accenno alla relazione, che solo più tardi s’intensificherà nell’immaginazione attiva.

 

 

Il costituirsi di uno spazio interno nel corpo

 

Come abbiamo visto Inizialmente la paziente, per l’angoscia di sprofondareInizialmente Fiona cercava di difendersi dall’angoscia di sprofondare nel vuoto , aggrappandosi fusionalmente a ciò che la faceva sentire viva. non poteva abbandonarsi al sonno notturno. Si sentiva fisicamente indebolita. Ciò non favoriva un’allentamento delle difese psichiche: si aggrappava fusionalmente a ciò che la faceva sentire viva. Con quest’atteggiamento psichico dominante non era possibilepoteva mettersi in relazione sia né con sél’altro che né con l’altro da sé.e stessa. Essere in relazione richiede di accettare che l’altro è distante e differente da mela distanza e la differenza dell’altro, , che sta in uno spazio proprio. Claudiamentre Fiona non poteva riusciva a sentire un suo spazio interno e protetto e , perciò non riusciva cosi non poteva neppure entrare in relazione con sé.

Dopo il lungo lavoro legato alla percezione del proprio corpo, lentamente Fiona è riuscita a mettere a fuoco immagini visive che stessero a una certa distanza sia nello spazio interno che in quello esterno.. Cosi si è creato uno spazio che poteva essere abitato.

Lentamente era emersa la possibilità che qualcosa poteva essere “visto”di “vedere” qualcosa in quello spazio interiore cosi faticosamente conquistato.

È stato un cammino molto lungo, ma la paziente era determinata a svilupparlo. Non descriverò quel processo, vorrei solo evidenziare la differenza tra questo stato iniziale e un avanzare che permetterà di intuire il processo in atto nelle immaginazioni attive.

 

Quella volta Claudia cominciaIn una seduta Fiona inizia a percepire e visualizzare il suo utero e, all’interno, lei “vede” un essere embrionale. Vi è una vita nuova dentro di lei. Io sento una grande emozione con una cauta valenza gioiosa. Era “visto”Quello che si “vedeva” era un essere nel momento precario di un inizio, vivo, ma tanto fragile. La spinta istintuale della natura a prendere forma contiene le potenzialità creative e un accenno alla “traccia” continuativo dello sviluppo. Mi ricorda cosa disse Paul Klee. Nel suo lavoro pittorico egli ricercava queste capacità espressive primitive, cosi vicine alla natura, “che riescono a guardare nel regno dei non nati e dei morti, un regno che vorrebbe venire, ma non è detto che verrà, un mondo di mezzo.”(6)

In quel momento mi sono chiesta se questa donna, potendosi collegare a un essere piccolo contenuto nel suo corpo, finalmente non dovesse più essere costretta a utilizzare la difesa, cosi dolorosa, di annichilirsi e sparire. Potrà allentarsi la difesa che la costringe a irrigidirsi davanti quando appareall’apparizione di un altro che potrebbe abbandonarla nel momento di bisogno o di espressione vitale? Potrà sciogliersi la paura che l’altro sia minaccioso per la sua invadenzae invadente?

Infine, quest’embrione le permetterà di percepirsi con un corpo e uno spazio interno che sa contenere?

 

Finora lei non lo vive cosinon era questo il suo vissuto. Fiona sSembra però subito aggrapparsi a questo piccolo essere nella ricerca disperata di un punto di riferimento stabile e continuativocontinuo. Nell’immagine il piccolo essere è avvolto da una membrana. Ha un proprio limite nello spazio vitale, limite che crescendo dovrà ampliarsi. In questo modo Claudia Fiona inizia a riconoscere questo embrione differenziato da sé. E lo percepisce visivamente. In questo “vedere” immaginale si costituisce lo spazio interiore.

 

 

La configurazione personificata dell’altro favorisce il dialogo

 

Claudia Fiona è molto spaventata, sente di non essere capace di prendere assumere la una responsabilità materna nei confronti dell’embrione, dato che non sa prenderla neanche per se stessa. È questo l’atteggiamento materno che forse non ha mai conosciuto. Quindi e cosi cerca aiuto dal nel piccolo essere che sta dentro di lei, con una vita propria. In maniera puntigliosa Nell’immaginazione gli chiede, in maniera puntigliosa, come deve comportarsi per dargli la possibilità di svilupparsi, e lo fa come se non potesse correre il minimo rischio di non comprendere bene, segnalando il suo timore ela sua l’insicurezza. ED davanti alle risposte dell’embrione continua a ripetere proporre soltanto il proprio deficit di capacità di ‘holding’, di non saper, la sua incapacità di prendersi cura. Questa consapevolezza della propria inadeguatezza è molto dolorosa per la pazientelei.

Claudia Fiona esprime anche il forte timore che lui l’embrione possa diventare dipendente da lei, limitandola poi nel proprio movimento vitale. Allora, dentro di me, ho pensato quanto fosse importante per lei la danza, nella quale poteva sentire la propria forza e la propria rabbia. Ma quella a cui assistevo non era ancora una danza a due, due che sono in relazione nel ballo. Forse la dipendenza sofferta verso l‘embrione rimandaè alla sua nel grembo della madre?

-È la dipendenza sofferta di chi vive in fusione simbiotica con una madre ambivalente? Indirettamente la pazienteFiona sente che, per vivere in una relazione, deve poter percepire il confine del proprio corpo, e quindi che il corpo materno deve essere distinto da quello dell’embrione.

Scoprirà, pian piano, gGli aspetti rassicuranti del “limite” lei le scoprirà, pian piano, attraversoattraverso il confronto con l’embrione dentro di lei. Sentirà Il proprio spazio, con un limite che le dàa la sicurezza del contenimento, dell’ ‘holding’, verso l’embrione e nello stesso tempo verso seé stessa. Il limite contribuisce alla sicurezza di potersi differenziare dall’altro, di orientarsi nello spazio esterno e poter sperimentare la positività della dipendenza reciproca nell’essere in relazione.

 

Per ora Fiona non è del tutto consapevole che la nuova vita dentro di lei possa rappresentare una stimolo allo sviluppo. Inconsciamente, però, mi sembra che lo senta. Lo noto dal modo in cui si rivolge all’embrione e lo interroga, come se fosse dotato di un sapere molto più grande del suo. Lo ascolta come una bambina può ascoltare un adulto. Accetta che l’embrione abbia riconosciuto la sua vulnerabilità, le dia dei consigli su come comportarsi nella vita e come rapportarsi con lui. È la prima volta che la paziente scopre la differenza tra diverse esigenze di vita: ci sono, infatti, quelle consuete, per come le ha conosciute fino a ora, e quelle della vita in nuce dentro di lei. nuove. L’aiuto, la guida, il “sapere” le è dato dall’embrione che sta nel suo centro corporeo. Fiona vive la relazione con lui accettando che ogni atteggiamento dell’uno influisca sull’altro, in un reciproco ascolto, cambiamento e dipendenza positiva.

 

Quali sono i consigli dell’embrione per lo sviluppo di una nuova vita, delicata e fragile? Sono consigli di “ritmo” nel movimento corporeo e psichico: se pensiamo all’importanza che la donna riponeva nella continuità, seguendo il dettaglio della propria “traccia” durante i passi di danza, troviamo che lo sviluppo, più fluido, proposto dall’embrione è la ritmicità. La ritmicità nel dialogo, nell’ascolto e nella domanda. La ritmicità tra la sua visione timorosa del futuro, propria di Fiona, e quella del piccolo essere, pieno di speranza di vita.

L’embrione consiglia la ritmicità corporea tra il movimento e il riposo. Il movimento è necessario per tutti due, in modo che l’embrione possa rotolare dentro il suo utero e Fiona possa sentirsi guidata dalla propria forza muscolare. Il movimento va alternato con il riposo in cui permettere all’embrione di crescere, abbandonandosi alla spinta naturale verso lo sviluppo e permettere a se stessa di rilassarsi.

L’embrione le spiega come sprofondare nel sonno notturno. Dice di farlo come con il respiro, come nuotare nell’acqua, sotto e poi su e, ancora, sotto e poi su.

 

La ritmicità, la continuità ondulante, caratteristica delle funzioni vitali, sono di gran sollievo a Fiona nei confronti dell’angoscia di morte. Sembra che il ritmo sia un terzo autonomo che la sorregge nella responsabilità di non sprofondare nel vuoto. Una responsabilità, sappiamo, che è cosi difficile da assumere se non si sente la soglia di un passaggio, se non si è in contatto con la percezione di un progredire evolutivo, data che questo è stato congelato in un aut – aut che esclude la relazione. Il piccolo essere le permette di pensare a un processo, a dei passaggi, attraverso le immagini dell’inconscio che si trasformano.

Forse questo embrione nato in lei è anche il recupero “regressivo” del passato: Fiona, che non aveva memoria del suo passato, nell’incontro può ricollegare lo spazio temporale dall’inizio della sua vita per poter “progredire” sulla sua traccia, seguendo “il proprio filo rosso”.

 

 

Il centro, il luogo in cui ci si sente a casa

 

Vorrei finire questo percorso, tratto dalle immaginazioni della mia paziente, con un ultimo esempio, che non è però quello della fine della sua terapia.

Riporto, di seguito, un’espressiva immaginazione. Fiona sta seduta per terra e sente che dall’embrione viene fuori prima una linea che forma un cerchio alla sua destra, che poi rientra nel corpo per uscire dalla parte sinistra, creando un altro cerchio che ritorna nel corpo sempre all’altezza dell’utero. L’embrione la stimola a scoprire queste linee. La incoraggia a entrare in contatto con la forma configurata che è emersa da lui.

 

La donna comincia a camminare sulla linea ed è lo slancio del movimento che parte dalle braccia altalenanti che le dà il ritmo e l’energia. È molto attenta, anche ora, a non perdere l’ordine e il ritmo dei passi. C’è tensione in lei, e la trasmette anche a me. In altre situazioni la mia personale immaginazione mi proporrebbe immagini di sviluppi potenziali. In questo momento, invece, posso solo seguire i suoi passi con molta attenzione. Fiona si muove seguendo la traccia immaginale fino al punto d’incontro dei due cerchi e ci mette un bel po’ di tempo di rendersi conto che la linea che segue con i passi forma un otto, il segno della continuità infinita. L’incrocio del percorso sta nell’embrione. L’esperienza è intensa, c’è grande emozione quando dice: “Non è più il cerchio del piccolo essere, è più mio, ora! Ogni volta che ritorno all’incrocio per me è come tornare a casa!”

 

Questa espressione “tornare a casa” mi sembra che esprima la svolta. Fiona ha riconosciuto il piccolo essere nato nel suo corpo per la sua funzione simbolica: il proprio “centro”. Il centro che, a livello corporeo, risiede nello spazio del bacino., il luogo immaginale in cui si ripone, come ho accennato prima, la fiducia di base della personalità. Ora lei comincia a “guardare”, se vogliamo, con gli occhi immaginali di questo suo centro.

 

In una delle parti disegnate come cerchio Fiona vede le persone morte che ha conosciuto. Nell’altro cerchio ci sono tutte le persone vive che sono affettivamente importanti per lei. Sente che il cerchio dei vivi e quello dei morti sono separati, ma, tuttavia, connessi dalla sua“traccia” infinita. “Posso andare avanti e portare il vecchio con me.” Quando dice questo, ho ben presente la sua spaventata reazione all’avvicinarsi dell’altro. Sembrava congelata, paralizzata, per non sentirsi invasa, nel terrore di scivolare nel vuoto scuro (lo “sparire”), che equiparava alla morte. Ed era questa la sua sensazione difensiva quando temeva la separazione dall’altro con cui si sentiva fusa e confusa. Il suo vissuto acquista il senso della sequenza temporale: dal “vecchio” del passato al “nuovo” del presente, che si proietta nel futuro lineare. “Prima vivevo inizio e fine, nascita e morte, come polarità inconciliabili, ma sempre contemporanee.”

Ora nell’immaginazione i vivi e i morti sono personificati, riconoscibili, altri da sé. Lo spazio dei vivi e quello dei morti sono distinti e la donna ha guadagnato la distanza differenziante per decidere dove rivolgersi al fine di entrare in contatto con loro, secondo i suoi bisogni e affetti.

La vita non è più frastuono caotico, confusione di richieste e impegni. La morte non è più lacerante. Esclama: “Adesso io ho due presenti !” (nel senso di presenze raggiungibili nel presente).

 

 

 

Cosa può rappresentare simbolicamente questa immagine?

 

 

Ritengo che qui si evidenzi bene come non possiamo leggere l’espressione simbolica in modo generalizzato. Dobbiamo leggerla con l’aiuto dell’immaginante, collegarla all’insieme di ciò che ha portato in analisi, e, specificamente, al suo atteggiamento verso le immagini dell’inconscio in tutti gli anni d’immaginazione attiva. Parlare con i morti: se lo vediamo distaccato dall’esperienza della paziente, ci porta a temere segni di patologia. Quello di Fiona non è però un dialogo con i morti, piuttosto un mettersi in relazione con i morti in modo da poter finalmente comprendere il suo vissuto con loro. Mi sembra che cosi lei possa ricuperare la memoria del suo passato, relazionandosi con le diverse persone, distinte, con cui ha vissuto parti diverse della sua storia.

Nell’altro spazio appaiono i vivi, singole persone che conosce bene, a lei contemporanee. Mi sembra che ciò le permetta di differenziare, quasi di suddividere, l’impatto relazionale con il mondo esterno.

 

Un altro aspetto di lettura dell’immagine mi sembra che sia d’aiuto a comprendere il suo vissuto affettivo. Se prima la paziente sembrava non poter reggere l’ambivalenza dei suoi affetti, così intensi e contraddittori e, inconsciamente, se ne doveva difendere con una reazione di panico e con l’angoscia di morte, ora è diverso. I suoi affetti differenziati e ridimensionati si riferiscono alle singole persone.

 

Nell’immagine gli opposti inconciliabili sono ora congiunti pur restando differenziati nella qualità. Questo può indicare che i sentimenti “negativi e positivi” possono coesistere reggendo Fiona l’ambivalenza?.

 

Vorrei accennare che in quel momento dell’analisi, la paziente, potendo percepire il proprio centro, si sentiva in grado di vivere da sola il processo dell’immaginazione attiva nella sua funzione trasformativa.

 

In seguito, il suo percorso si è concentrato sulla superficie del proprio corpo, la pelle, il confine dello spazio corporeo. Fiona è riuscita a esprimere quanto desiderasse il contatto ravvicinato con l’altro, quanto avesse bisogno di poter finalmente percepire la ricchezza di una carezza.

Dopo lunghi anni ora la sua analisi è conclusa e ora, nei momenti difficili, Fiona può aiutarsi da sé: “Faccio un ‘immaginazione attiva”.

 

 

Conclusioni

 

Perché ho scelto questo esempio del mio lavoro? Certo perché sono rimasta meravigliata, ancora una volta, dalla ricchezza d‘immagini che emergono nei processi d’immaginazione attiva e in particolare, in questo caso, dalla conciliazione di opposti in una configurazione di continuum. Ma non è questo il motivo di fondo per cui ho riportato tratti di questo processo.

 

Parlando del limite dell’immaginazione attiva mi premeva far emergere la rigidità e la staticità che le difese psichiche possono provocare, opponendosi ai processi trasformativi e quindi al processo vitale.

 

La mia attenzione si è concentrata sullo spazio, quello psicofisico e quello immaginale. La percezione del continuum spirito – materia che, secondo Jung, sono aspetti diversi della stessa cosa, è fondante. In una situazione psichica cosi dolorosa come quella che ho riportato, non si può, secondo me, avviare un processo, se non includendo la sfera corporea. Forse questo vale in particolare, ma non esclusivamente, per le sofferenze più gravi.

 

 

Nell’immaginazione attiva l’Io psicofisico fa parte di uno spazio unico immaginale e si differenzia dagli altri da sé a un corpo delimitato. Senza la spazialità nell’immaginazione attiva non vi è movimento, non vi è ritmo, non vi è processo.

 

Nell’esempio riportato sono proprio queste qualità funzionali dell’attività simbolica che permettono all’immaginante di superare la soglia dell’aut-aut, per entrare nello spazio immaginale dove la coscienza vigile, ma anche aperta all’altro da sé, può fare esperienza di opposti contemporaneamente presenti e prima inconciliabili. Sono queste le qualità funzionali che divengono progressivamente parte dell’Io immaginante.

 

 

A conclusione di un passaggio individuativo, o detto in altri termini, di un’immaginazione attiva racchiusa in una “Gestalt”, il rapportarsi al mondo, forse anche la visione del mondo, vengono trasformati.

 

Per Fiona si è aperto uno spazio vitale in cui, a partire dal suo centro interno, può vivere il presente, percorrere il tempo e, guidata dal suo sentimento, può avvicinarsi all’altro, riconoscerlo come diverso da sé ed entrare in relazione con lui.

 

 

 

 

Bibliografia

 

 

(1) A.Kroke, L’uso dell’immaginazione attiva nella seduta analitica, alcuni aspetti terapeutici. In: “Studi Junghiani” vol. 20/2004 p.109

 

(2) M. Rafalski, Körper und Spiritualität in “Analytische Psychologie” 4/2009 p. 488/489 (traduzione mia)

 

(3) C. G. Jung, Opere, vol.VII, p. 104

 

(4) C.G. Jung, Opere, vol.VII. pp 227-228

 

(5) A. Adorisio, “Rivista di Psicologia Analitica”, n. 51/1995-10, pp. 169-170