Il dolore somatico nell’immaginazione attiva

Seminario AIPA-LAI   24 gennaio 2015

Annemarie Kroke

 

 

Ringrazio della possibilità di parlare dell’immaginazione attiva che, nel mio lavoro, si svolge anche durante le sedute.

L’ascolto

Non è facile rendere la trasformazione del mio ascolto lavorando ormai da più di due decenni con l’immaginazione attiva. Forse ora il mio ascolto è più attento al flusso dei processi: alle inibizioni del fluire, delle stagnazioni, delle fissazioni. Anche lo sguardo è diventato più fluttuante cogliendo i segnali corporei inconsci che potrebbero esplicitarsi in un processo immaginativo.  Sono quei gesti che apparentemente non corrispondono all’atmosfera del contenuto riportato in quel momento ed emergono come segnali d’altro.

E le espressioni verbali? Il mio ascolto si è affinato sulle espressioni verbali con valenza metaforica che potrebbero indicare la tendenza a trasformarsi in una rappresentazione simbolica. Devo dire che questa posizione nell’ascolto verbale integra un po’ il fatto che l’italiano non è la mia lingua madre.

Però, le immagini no! Quando ascolto la persona che racconta delle situazioni vissute, inconsciamente o coscientemente scelte perché ancora energeticamente cariche di emozioni perturbanti, cerco di leggere le mie emozioni e immagino visivamente le situazioni per cogliere se ci sono divergenze controtransferali che mi possono orientare. Questo vale ancora di più per il sogno. È diverso per la persona ma anche per il mio ascolto se il sogno viene descritto al presente, cioè quando la persona rientra nel sogno per come lo percepisce adesso nella seduta con l’analista. Se il sogno richiede una continuazione per esplicitarsi, il passaggio all’immaginazione attiva è quasi naturale. Contemporaneamente riemergono in me le immagini precedenti e anche quelle più antiche della storia del paziente – oniriche o non oniriche -, riportate oppure elaborate in un processo d’immaginazione attiva. E mi chiedo se le immagini simboliche lasciano intravedere delle varianti che amplificano e favoriscono una più densa lettura del simbolo, oppure si ripetono chiedendo di rivolgere loro maggior attenzione.

Il dolore somatico riportato configura una qualità d’ascolto diversa. La Szymborska scrive del dolore nella sua poesia “Qualche parola sull’anima” : …quando il corpo comincia  a dolerci e dolerci, smonta di turno, alla chetichella,…(Wislawa Syzymborska …Wenn unser Körper zu schmerzen beginnt, macht sie sich heimlich davon). Sembra che il dolore dissoci  la relazione con se stessi e con l’altro da sé per proteggere l’anima da un’ ulteriore fonte di dolore. La presenza del dolore somatico non dà spazio ad un vissuto altro, non fa finire la frase, fa percepire l’altro da sé soltanto per un breve lasso di tempo. Il dolore è prevaricante, richiede con urgenza il dissolvimento. L’urgenza, il senso d’ impotenza  si trasmette come scacco al processo psichico. Non ci resta che stare con il dolore somatico e permettergli di prendere spazio per poi poterlo vivere come immagine che può trasformarsi in un’immaginazione attiva in cui il dolore psichico possa esprimersi.

 

L’immaginazione attiva nella sedute

Ora vorrei parlare brevemente del metodo dell’immaginazione attiva nelle sedute, per dare un’ idea di come si svolge perché suppongo che non tutti qui ne hanno fatto l’esperienza. Sono ben consapevole che l’aver vissuto un processo d’ immaginazione attiva permette di comprendere veramente ciò che cercherò di descrivere. Come ogni processo analitico riportato a parole questo rimane una descrizione e quindi viene derubato dell’ampiezza emotiva ed espressiva dei vari strumenti corporei, della voce, dei suoi silenzi, delle tensioni posturali, del colorito della pelle, degli sguardi o di un autoavvolgersi in uno spazio tutto proprio e molto altro.

Quando Jung, M.-L. von Franz e altri parlano dell’immaginazione attiva, sottolineano che la si deve fare da soli alla fine dell’analisi per sciogliere il transfert e permettere di progredire nel processo individuativo che dura tutta la vita. Il mio modo di lavorare con l’immaginazione attiva in seduta lo vedo da una parte come una preparazione per questo processo, dall’altra come un ulteriore intenso metodo analitico.

Parlerò dell’immaginazione attiva, in cui la percezione dell’immagine comprende tutti i sensi percettivi e questi sensi ci portano poi al senso.

Per certe persone è importante anche solo il sentire di avere delle immagini proprie, un proprio mondo interno, per non sentirsi esposte all’altro, esposte nel mondo della realtà quotidiana. Quando Jung scopri il mondo immaginale diceva che lo eccitava sapere che in lui vi era qualcosa di vivo.  – L’immagine emerge spontaneamente se è accompagnata da un atteggiamento di accoglienza umile e attenta.

 

Nella mia esperienza, spesso nelle prime fasi del processo d’immaginazione attiva il senso visivo è più accentuato rispetto a quello uditivo e olfattivo – forse dipende dalla concezione dei pazienti che un’ immagine si vede, oppure da me, che ho una memoria più acuta di immagini visive,-. Più il processo scende in profondità, più subentrano anche gli altri sensi e in particolare quello tattile e propriocettivo.

L’immaginazione attiva è un processo psicofisiologico dinamico. L’immaginante si mette attivamente in dialogo con i contenuti dell’inconscio che hanno preso forma nell’immagine. Bromberg dice :“La realtà viene generata … attraverso  la nostra partecipazione a essa…”(Philip Bromberg ‘Clinica del trauma e della dissociazione’ p.25 R. Cortina Editori 2007). Quella stessa immagine si configura come una realtà, che possiamo chiamare ‘realtà interna’. Mi sembra importante che l’immaginante viva l’immagine come vive la realtà quotidiana. Quindi gli atteggiamenti dell’lo anche quelli difensivi, usati nell’immaginazione attiva sono gi stessi che sono adoperati nella vita. L’immaginazione attiva da la possibilità all’immagine di trasformare quelli atteggiamenti che causano sofferenza.

 

Fare l’immaginazione attiva in seduta in presenza dell’analista significa che l’immaginante comunica con il  linguaggio corporeo e a parole e condivide con l’analista ciò che percepisce: il dolore somatico o altre reazioni corporee, una forma, colori in un movimento, oppure un immagine già ben contestualizzata. Grazie alla descrizione con la parola di ciò che si vede, si ascolta, si sente, l’oggetto immaginato tende ad assumere una forma più distinta. Il dialogo ‘interno’, per cosi dire, si intensifica quando l’immaginante descrive all’analista la sua immagine. Le emozioni che questa evoca , ampliano lo spazio temporale per le associazioni e  i ricordi di sogni o per i momenti della propria storia .

In genere l’immaginazione inizia con l’immagine che in quel momento è energeticamente più attiva e in quanto tale, rappresenta la situazione psichica attuale dell’immaginante. Energeticamente attivo può essere anche il sintomo corporeo che la persona porta in seduta. L’immaginazione attiva può partire da questo o anche da un sogno che richiede un ulteriore dispiegarsi.

Sintetizzando: l’immaginazione attiva è un processo in cui l’immaginante si pone in atteggiamento di accoglienza e partecipazione affettiva che lascia emergere l’immagine. L’immagine si sviluppa fino a prendere la forma di un contesto immaginale vissuto con i parametri della realtà.

 

Immaginazione attiva ? Già l’accoglimento affettivamente partecipe, secondo me, è la prima fase attiva, attività che in seguito richiede che l’immaginante entri con piena consapevolezza del proprio corpo nel contesto immaginale. Altrimenti potrebbe rischiare di porsi in una distanza osservativa o interpretativa per timore di un coinvolgimento più esteso. Dal punto di vista del lavoro terapeutico è comprensibile che in questa fase possano emergere degli aspetti difensivi.

Se gli aspetti difensivi non sono preponderanti, l’immaginante cercherà di esplorare e di comprendere l’immagine. Mentre tenderà a modificare attraverso un atteggiamento dialogante ciò che nell’immagine si pone in contrapposizione alla sua concezione cosciente. Può fare domande che, se sono autentiche, evocheranno qualche reazione nell’Altro di fronte. Ma chi è l’’Altro di fronte nell’immaginazione attiva? È la rappresentazione simbolica dell’altro da sé, l’aspetto inconscio che emerge in questa forma durante il processo. Può essere un focus nel proprio corpo, una personificazione in forma di essere vivente o altro. L’avvicinamento all’Altro di fronte attraverso il contatto e il dialogo poi induce successivamente un cambiamento. Il cambiamento è ben leggibile da un’ evidente trasformazione dell’ atteggiamento dell’Altro di fronte nell’immagine. Il concetto del ‘turn-taking’ di Jean Knox esprime che lo specchio reciproco dell’attitudine trasformata  promuove il processo dell’Immaginazione.

Mi sembra importante che con il metodo dell’immaginazione attiva il cambiamento nell’immaginante sia per lui stesso leggibile vedendo la trasformazione dell’Altro.

 

Il dialogo serve a diventare consapevoli dei contenuti inconsci e a tentare di integrarli nell’atteggiamento cosciente. Ma, secondo me,  questo dialogo ha anche un’altra funzione importante che Jung non ha tanto sottolineato. Il mettersi in dialogo da la possibilità di fare esperienza e di sviluppare la capacità relazionale con l’Altro e di sperimentare la self-efficiency, e quindi di fare l’esperienza delle proprie potenzialità creative e del fatto che si può attivamente e coscientemente agire con un effetto visibile nella relazione.

L’esperienza della trasformazione del vissuto emozionale in relazione alla situazione immaginale, in seguito permetterà in una situazione simile della vita quotidiana di affrontarla con la consapevolezza di questo vissuto.

Penso sia importante che solo dopo una trasformazione l’immaginazione attiva possa essere chiusa, in quanto solo una Gestalt chiusa permette all’esperienza del vissuto di consolidarsi.

 

 

L’immagine che emerge dal dolore

Il vissuto del dolore orienta l’attenzione sull’organismo. Nel lavoro analitico quindi seguo questo orientamento stimolando la percezione sensoriale sul focus del dolore.

L’attenzione è focalizzata sul corpo mettendo in ombra i processi psichici affettivi. Sembra esserci un addensamento dell’energia libidica che crea una barriera al vissuto emozionale. E la tensione dolorosa fisica spesso corrisponde a quella del contenuto inconscio sottostante.

 

M.-L. von Franz avverte che la tecnica del dialogo con parti del corpo può essere favorevole per i sintomi corporei psicogeni. E aggiunge: “Quando entra in gioco la materia, sono da aspettarsi eventi sincronistici, che indica che questa forma di immaginazione attiva è particolarmente carica di energia.”

 

Quando un paziente espone il suo dolore somatico in primo piano, comprensibilmente vorrebbe disfarsi del dolore, visto che segnala un qualche danno che è vissuto negativamente.  Ci sono psicoterapie che cercano di deviare l’attenzione focalizzata per ridurne l’intensità. Nel mio lavoro analitico con l’immaginazione attiva seguo il richiamo corporeo.

Sia il dolore che precede la seduta che quello che compare durante, possono fungere da punto di partenza del processo. Il paziente vorrebbe comprensibilmente allontanarsi dal dolore. Il mio ascolto sta con il paziente e mi fa proporre all’immaginante di ascoltare assieme il dolore. E lo invito a orientare l’attenzione su tutti gli aspetti sensoriali percepibili del dolore ed in seguito ad accentuare l’attenzione sensibile e dedicarsi alla parte dolorante. Chiedo di provare a descriverlo il più dettagliatamente possibile nelle sue qualità differenziate: il tipo di dolore, l’intensità, la forma, la temperatura, il colore, l’ eventuale ritmo ecc. Ciò permette che si intensifichi il suo ascolto, un ascolto che accoglie.

Da questa disponibilità al dedicarsi al dolore si configurano le proiezioni inconsce sull’area di dolore che trovano la loro forma nell’immagine. L’immagine che si origina dal dolore esprime, in forma simbolica, ciò che sta dietro il sintomo del dolore somatico, ne emergono gli aspetti inconsci nascosti. Il vissuto corporeo e l’aspetto psicodinamico in conflitto sono ora un’unità nel processo immaginativo.

Accogliere l’immagine, sentirne emotivamente la forza libidica e coscientemente l’espressione conflittuale rappresentata nell’immagine emersa, stimola a una reazione che tende verso un cambiamento. Un cambiamento che si può sviluppare nel processo dell’immaginazione attiva. Un teologo tedesco lo sintetizzo con questa breve frase “l’immagine è la via.” Jung (Vol.8  S.351) “Da quanto ho detto, dovremmo aver ricavato l’impressione che la psiche sia essenzialmente costituita d’immagini. La psiche è, nel senso più lato, una successione d’immagini, ma non un allineamento accidentale d’immagini, bensì una costruzione estremamente sensata e opportuna, un’intuibilità di attività vitali espressa in immagini.”

 

P a t r i z i a

 

La rappresentazione immaginale del proprio corpo intero ed integrato

Le diverse situazioni in cui il dolore fisico è presente nelle sedute analitiche mi hanno portato alla crescente consapevolezza – che trova sostegno nelle ricerche di neuropsicologia – che l’approccio terapeutico richiede di raggiungere una rappresentazione immaginale del proprio corpo intero ed integrato. Zeidan dice quando parla della meditazione: ”la coscienza, in sintonia con la percezione di sé, si focalizza sull’esperienza dell’unità.” ( Zeidan,  Wake Forest University School of Medicine/ Winston-Salem.)

Nel lavoro analitico con l’immaginazione attiva spesso si incontra la difficoltà di fare riferimento a una rappresentazione corporea integrata.  O certe parti del corpo sono scotomizzate; oppure il limite corporeo non è sentito come protezione dell’interiorità; oppure la percezione dell’immagine corporea è distorta e tante altre varianti possibili. Tutti queste percezioni alterate della propria immagine  corporea sono l’espressione di una sofferenza psichica a volte molto grande. Pensiamo per esempio alla sintomatologia dissociativa in cui spesso viene riportata un’immagine di una divisione del corpo in due parti!

La funzionalità del corpo come unità globale spesso risulta diviso tra una parte terrena, vegetativa, emozionale, il “sistema nervoso enterico”, il “cervello originale”, “ il sistema che produce 95% della serotonina”, –  e una  parte superiore con il controllo razionale, il sistema nervoso centrale con ugual numero di cellule nervose come l’intestino.(Michal Gershon, ARTE, “Der kluge Bauch” 2/2/14)

Un’esempio può essere la sintomatologia ansiosa in cui persiste l’ansia di essere nel mondo, corrispondente alla sensazione corporeo di stare sospesi con un corpo relativamente inconsistente.

Quanta sofferenza, poi, quando in un’unione simbiotica non vi è la percezione dell’altro come a se stante e differenziato! Cosi p.e. ogni reazione affettivamente carica della madre agisce con furore all’interno di sua figlia che, in fondo, cerca la figura materna come quell’altro da sé con cui crescere in uno scambio relazionale. Il fallimento di questa possibilità la costringe a mantenersi aperta anche nel suo corpo pur di non perdere un contatto. La donna lo descrive cosi: “Mia madre mette la sua mano nella mia pancia e strappa qualcosa.”

 

Rappresentarsi l’integrità del proprio corpo significa rappresentarsi che il corpo ha uno spazio interiore delimitato che  è in contatto con lo spazio del mondo contingente. In quello spazio, durante il processo immaginale, il dolore può sciogliersi nel movimento. Sono movimenti che erano bloccati, il blocco del dolore somatico, il blocco dell’  e – mozione.

Movimenti come flussi e  ritmi dello spazio interiore che nell’immaginazione attiva in buona parte sono modulate dalle emozioni dolorose e piacevoli. Ma ci sono anche i movimenti che ci arrivano dall’esterno, dall’atmosfera, in senso ampio, del mondo esterno, che possono trovare corrispondenza nell’integrità corporea.

Il fallimento della rappresentazione integra del proprio corpo richiede, ogni volta, la protezione inconscia dell’irrigidimento, della dissociazione, per rifiutare il ripetersi del vissuto doloroso della penetrazione e dell’invasione di contenuti estranei nell’interno corporeo.

Ci si può interrogare sulla propria fiducia che spesso dubita  di ciò che è realmente trasformabile nel contatto con la realtà. Credo che lo incontriamo in ogni analisi. Il limite di questa fiducia è correlato ai limiti soggettivamente percepiti di ciò che è realmente fattibile. Questi limiti sono correlati con la percezione di dolore fisico e/o della sofferenza psichica.

Le ricerche della neurologia con ‘imaging’ fungono da sostegno scientifico al lavoro analitico con l’immaginazione attiva in quanto dimostrano che la mente elabora, anche nel caso del dolore fisico, la rappresentazione e non la realtà.

 

Le scienze neurofisiologiche si sono chieste come mai sia nell’immaginazione attiva  che nella meditazione il dolore può essere sentito in misura modificata. La risposta sintetica è: al livello corticale, la mente elabora la rappresentazione del dolore.

Herta Flor, (Dolore in immagini ) dice:“Il cervello elabora le rappresentazioni non la realtà. Nel cervello, i metodi che partono dall’atteggiamento psichico, non sono meno efficaci delle strategie farmacologiche.”

Ulrike Ludwig (www.ludig-ulrike.de/doc/artikel/imaginatiohp.html) parla della neuro plasticità sinaptica attraverso l’attivazione della zona cervicale. Ciò permette che questa zona si rinforza. La psicoterapia del dolore cronico si basa sulla concezione della neuropsicologia in cui il dolore cronico è visto come il risultato, da parte del sistema neurologico, di un fatale processo d’apprendimento di vari  fattori biologici, psichici e sociali. Questi apprendimenti a lungo andare, al livello corticale, portano a delle modificazioni strutturali.

Nella meditazione con mindfullness la persona sente il dolore ma ne soffre meno in quanto le aree cerebrali che lo valutano sono attivate di meno. Nelle ricerche neurofisiologiche è stato Zeidan che ha rilevato nei suoi studi che attraverso  la mindfullness l’attività del gyrus postcentrale e dell’orbito frontale della corteccia cerebrale aumenta e può ridurre il dolore del 40%.

L’efficacia dell’effetto placebo o nocebo è la dimostrazione evidente di come la psiche e il corpo interagiscono. Jian Kong (2008) nei suoi studi sull’effetto nocebo parla della via del dolore “cognitivo-affettiva”. Le aspettative negative sono responsabili della percezione di dolore. L’effetto può essere che il dolore viene sentito cosi potente da cancellare l’effetto di un anestetico somministrato prima.

La psicoterapia, quindi, non cerca di ridurre la sintomatologia ma di elaborarne la rappresentazione mentale.

 

 

l’i.a. che parte da un dolore somatico in presenza dell’analista

E vorrei portare prima un esempio in cui c’è il dolore di un fortissimo mal di testa portato in seduta. Per un dolore percepito all’interno dello spazio corporeo, ritengo che sia importante che il contesto analitico funga da contenitore come cercherò di evidenziare.

Parlando del mal di testa succede che l’immaginante cerchi di toccare l’area percepita “dolorante”. Sembra una reazione riflessa, ma quando in verità l’immaginante descrive che con il dito tocca il cervello all’interno del cranio, siamo nell’immaginale. Il gesto inconscio passa al gesto immaginale cosciente.

Cosi, una donna mi racconta:  “ C’è un punto di dolore nella testa (indica la parte destra superiore mediana del cervello) come se mi tira su. Ci metto le mie dita dentro, proprio li.” – Anche se la donna è stesa con l’indice puntato della mano destra, segna nell’area dei movimenti delicati vicino al cranio che lei vive nel processo dell’immaginazione attiva come se lo facesse realmente sul suo cervello. – Mentre ne scopre l’effetto, dice: “È morbido, molto delicato.” — Vedo che adesso usa le palmi delle due mani come se dovesse stendere delicatamente qualcosa. E dice: “ Passando le dita, l’area si allarga. — Adesso il dolore si diffonde.” Per un po’, lei rimane come in attesa dello sviluppo del dolore, sempre disposta a cogliere un’immagine. Poi prosegue: “ Ora prende una forma. È  come il pane lievitato con una crosta sottile. È caldo.” — Dopo un momento di raccoglimento, di accoglimento, con un sorriso disteso poi dice: ” Ho una bellissima sensazione di calore in tutto il corpo !” La sua voce trasmette un senso di benessere, di rilassamento, di fluidità. – “Ora sento la pancia  come in gravidanza. ” L’immaginazione attiva prosegue e continua a svilupparsi.

Secondo me, l’esempio evidenzia che la donna immaginante che mi descrive ciò che percepisce ha ben presente il contesto esterno della seduta analitica. Mi percepisce come l’altro con cui sta in relazione intersoggettiva nella realtà esterna. E questo mi sembra un’esigenza dell’immaginante particolarmente significativa quando il processo immaginale, si svolge  all’interno dello spazio corporeo. La donna mette immaginalmente le mani sul suo cervello, che, percepito in piena coscienza, può sembrare quasi un atto magico o onnipotente, comunque un atto pericoloso per il rischio del limite corporeo protettivo. Per questa donna è possibile, però, perché lei ha la contemporanea consapevolezza dei due contesti. Nel primo lei è in relazione con l’immagine del suo inconscio nato dal dolore fisico. In questa relazione durante il processo c’è un continuo reciproco corrispondere carico di emozioni, cioè la modalità che Jean Knox chiama turn-taking. (Relazione al DGAP, Berlin 2012) Contemporaneamente presente è il contesto del mondo reale circostante e la relazione intersoggettiva con l’analista. E c’è il bisogno di comunicare al testimone di questa realtà, portare il vissuto oltre la soglia dell’intimità per dargli e per darsi una forma che è com-prensibile.  La donna sottolinea la consapevolezza della copresenza dei due contesti contingenti ma ben distinti quando comunica a parole, con il ritmo delle pause e mi indica con le dita, con le mani a una leggera distanza dal cranio ciò che contemporaneamente sente di fare all’interno del cranio. Cosi esprime che è consapevole nel contesto esterno che le dita non possono agire all’interno del cranio.

L’immaginante che si dedica al dolore entra in relazione con se stessa e contemporaneamente con l’analista. – Questa donna era ben disposta alla relazione analitica dalla quale prese la fiducia di entrare in relazione immaginativamente con il dolore. L’analista accompagna questa esperienza profonda con l’attenzione accogliente al suo vissuto affettivo e corporeo per contenere protettivamente l’energia trasformativa  nello spazio intersoggettivo dell’analisi.

Come accennato prima in genere la presenza del dolore fisico blocca la disponibilità di mettersi in relazione con se stessi. Cito Amedeo Caruso(“I corpi dell’Anima” p.120) “…dove non regna L’Eros non esiste più corpo, non si percepiscono i riflessi dell’anima, non c’è alcuna immagine, né immaginazione” .

 

L’immaginazione attiva richiede l’Eros mentre la presenza del dolore fisico tende a bloccare  la disponibilità a mettersi in relazione

come si può leggere dal processo immaginativo seguente, che dipende dalla situazione psichica attuale della persona.

Penso alla paziente che frequentemente soffre frequentemente di forti dolori allo stomaco. Si esprime cosi“ Mi fa molto male, è tutto gonfio.” Cercando di percepire sensorialmente l’area dolorante emerge l’immagine simbolica dello stomaco:  Vede su un piano di scaffale un pacco tutto stretto da uno spago. Quanto è diversa la relazione con il dolore in confronto alla donna che cercava subito di entrarci in contatto. Qui l’organo che fa male, lo stomaco, nell’immagine è estrapolato dal corpo, depositato come un pacco da spedire, stretto con lo spago che niente ne possa venire fuori!  – Un oggetto scisso, inanimato, sotto controllo! Non può modificarsi senza l’Eros, senza la disponibilità di un passaggio alla relazione emozionale.

Sono colpita da questa rappresentazione simbolica del suo dolore. Anche la paziente è spaventata da questa immagine, perché le indica il distacco da questo suo organo cosi importante per la digestione. L’esperienza di qualche anno di lavoro analitico e di altre immaginazioni attive le permette di prendere coscienza del suo atteggiamento inconscio : è l’ennesima volta che tiene qualcosa della sua interiorità, addirittura un organo corporeo vitale, distante da sé. Lei tende a proteggersi cosi. Per disfarsi del dolore fisico e ancora di più del  coinvolgimento emotivo crea quel  distacco cosi netto inconsciamente temendo di esporsi ad uno stato di emergenza.

Però, in certe situazioni cariche di energia emotiva, il sintomo psicofisico ritorna. Ora, che cosa deve impacchettare, stringere crudelmente cosi dolorosamente, invece di accoglierlo nel suo interno corporeo, trasformarlo con i succhi gastrici da lei prodotti per poi alla fine trarne nutrimento per se stessa ? — Forse lo stomaco potrebbe essere il temenos interno, il luogo della trasformazione, alla quale mette la barriera di fitte molto dolorose. La sua reazione emotiva all’immagine del pacco, questo oggetto freddo e indurito, fin’ora è di spavento e di tensione angosciosa.

Dopo un periodo di contemplazione riflessiva, però, si decide a prendere il pacco nelle sue mani, toglie lo spago e inizia a massaggiarlo. Mentre sente le sue mani in contatto che riescono ad ammorbidirlo e animarlo, alla paziente scendono silenziosamente le lacrime. Si commuove. Sembra che abbia accolto la sua sofferenza rappresentata nell’immagine e quest’affetto guarisce, scioglie la barriera difensiva e permette il passaggio all’animazione. Quando poi lo stomaco sembra aver acquisito le qualità dell’organo, con cautela lei lo rimette nella zona corporea appropriata. Sembra che solo ora “ascolti” la sua interiorità, si permette di percepirlo, non più distogliendone lo sguardo, distaccandosene in sfere senza il vissuto affettivo relazionale. La paziente passa del tempo in silenzio osservando con emozione come lo stomaco  nell’immaginazione si (ri-)collega agli altri organi corporei. Il flusso psicofisico sembra aver meno barriere. La tensione dolorosa è notevolmente allentata.

L’energia libidica, le emozioni possono fluire. Cosi all’immaginante emerge un pensiero associato al dolore allo stomaco. Pensa a quel’uomo che da un po’ di tempo si rapporta a lei con amore. Mi descrive alcuni suoi gesti pieni d’amore. E mentre me ne parla, il sintomo del  dolore si riacutizza immediatamente. Lo sente e lo riconosce come reazione diretta al pensiero che lei potrebbe “rischiare” un profondo coinvolgimento emotivo in una relazione d’amore. Lei, e anche io,  associamo al dolore riemerso  quel pacco cosi stretto dallo spago, un pacco da rispedire senza rimanerne contagiata.

Ma ora l’immaginazione attiva prosegue, indice, che nel suo modo di prendere contatto con il suo stomaco qualcosa si è modificato come se lo volesse far parlare e spiegarsi. Il dolore acuto, adesso, è all’interno dello stomaco integrato nel suo corpo. Dice:“C’è un riccio nello stomaco che si è fatto palla e ha tirato fuori gli aculei che bucano la parete dello stomaco.” –– A me viene in mente : Un riccio che tira fuori gli aculei si difende dall’essere toccato. Cosi l’altro non può avvicinarsi! La sua reazione è istintuale, di protezione, se vogliamo, animalesca, ma rimane in opposizione difensiva. Si esprime cosi: “Mi fa male. –– Mi fa schifo —- lo sputo fuori!”

Di nuovo sembra che se ne voglia distanziare: una volta che – lo ha sputato con un’ espressione di rifiuto, – non se ne interessa più.

 

In silenzio mi chiedo cosa fosse successo al riccio, un essere vivente, un animale. Dalla sua comunicazione inconscia sento che lei si è distaccata dalla carica energetica del riccio e quindi ha bloccato il processo trasformativo a questo livello. Però la sua reazione di difesa istintuale mi sembra che indichi una qualche ‘infezione identificativa’ con il riccio. Ciononostante è come se non si appropriasse di ciò che conteneva, forse da tempo, al suo interno. Non vuole mettersi in relazione con quel suo Altro con capacità di reazioni istintuali?  -Non ne parla, né mi sembra che osservi il riccio. Il processo si era fermato con una sospensione: da una parte la spinta alla pulsione trasformativa che consiste  nell’elaborazione del contatto con il riccio  e dall’altra il timore frenante che l’affetto nascosto fosse travolgente.

Passa del tempo nel silenzio è sento che l’immaginazione attiva non si è chiusa in una forma gestaltica. Mi chiedo, se quest’immaginazione non si fosse sviluppata in seduta, se l’immaginante non avrebbe interrotto prima il processo, dopo aver sputato il riccio?

Sento una tensione agitata che non corrisponde al senso di distensione e di leggera calma che accompagna la chiusura di un’ immaginazione. Se vogliamo, il suo riccio lo ha sputato nello spazio analitico intersoggettivo. Qui mi sembra importante il fatto che l’immaginazione attiva venga fatta in presenza dell’analista perchè sarà lui/lei l’analista che in connessione ermetica accoglie questo oggetto vissuto come persecutorio e se ne prende cura. In questo contesto con-diviso nuovi modi d’essere si possono liberare anche con la funzione dell’analista di contenere e assicurare che ciò che viene emesso nello spazio analitica sia custodito. Ermes non ha paura, accetta anche le questioni spinose. Raccolgo il riccio sputato nello spazio analitico e gli lo restituisco per proporre un atteggiamento verso l’integrità corporea; verso un’ integrità animata. Il mio accoglierlo le funge da esempio che si possono accogliere anche conflittualità cosi intense.

Visto che l’immaginante non supera la soglia difensiva di entrarci in contatto per scoprire con il riccio perché le ha creato questo dolore allo stomaco, dopo un po’ le chiedo come stimolo possibile: “dove è il riccio?”.

Se la domanda-stimolo viene accolta o lasciato cadere dipende dall’equilibrio psichico dell’immaginante in quel momento. Questa volta l’immaginante riesce a farla sua.

Forse questo succede perché lei ora sente più intensamente la relazione analitica intersoggettiva? Finora sembrava che i suoi spazi, interno ed esterno, non erano ben definiti.  Per la paziente, sembra che una volta sputato il riccio non esista più. Tale è la dissociazione dalla relazione erotica. Ma l’immaginazione attiva è un metodo che richiede proprio questo tipo di relazione, perché altrimenti il processo si blocca come in questa situazione. Nell’immaginazione attiva, le personificazioni possono cambiare d’aspetto, ma niente scompare se non nella visione scotomizzata di difesa.

Ora lei continua a dedicarsi alla sua immagine cercando di percepire il riccio. E condivide con me: “E li davanti, – è tutto impaurito.—Dice che ha ricevuto spesso dei colpi da me. — Mi dice che l’ho colpito dolorosamente tante volte.  ( Il  viso della donna esprime una sofferenza empatica, e rimane in ascolto)— Vedo che va avanti, lo devo seguire. — Mi porta a vedere una scena del mio passato. —(Dopo un lungo silenzio attento mi racconta): Comprendo cosa mi vuole far comprendere, comprendo ora come l’ ho colpito. — Era un momento decisivo della mia vita in cui si è deciso il mio destino di coppia. Ero infelice, ma non ascoltavo i miei sentimenti, che erano molto chiari. Ero convinta di dovermi adeguare, adeguare come sempre. –ho fatto sempre cosi! I sentimenti d’infelicità e di amore le ho tenuti distanti per reggere le situazioni. Quando sono infelice non mi ascolto e penso di dovermi adeguare  alla situazione esterna e faccio del male a me e l’ho sempre fatto. – Quando non faccio ciò che sento, colpisco il riccio. E lui tira fuori gli aculei e sento lo stomaco cosi doloroso!”

Il riccio, attorcigliandosi su se stesso, a forma di palla, nell’aspetto spinoso di difesa, evidenza la sua reazione inconscia in una situazione affettiva che non si è sentita in grado di poterla vivere. —-

Accogliendo il riccio come Altro da sé, si mette in relazione emozionale con lui. Questo ha permesso la sua trasformazione: diventò un animale-guida. La porta a rivedere la situazione chiave del passato, in cui ha intrapreso la difesa dissociativa, ora, però, con una visione carica di emotività. Ha permesso di far riemergere la memoria, la memoria del corpo e della psiche. La rappresentazione simbolica del dolore somatico, il riccio, le ha permesso un  vissuto di queste situazioni che guiderà il suo atteggiamento. L’esperienza traumatica è stata riscritta e forse la sua resilienza promossa. Lei ora ha compreso che non ha ascoltato i suoi sentimenti, la sua infelicità, costringendosi a negarla, convinta che adeguandosi si può vivere. Il suo corpo rispondeva con la dolorosa contrazione dello stomaco che non le permetteva di digerire e alimentare il suo corpo. E cosi si era preclusa all’amore, che nutre la sua anima nella scambio del dare – avere.